Intervista a Clara Melchiorre

Di Bianca Montefinese 

3 dicembre 2020

“Uso sempre la metafora dell’orchestra: se c’è uno strumento che non va a tempo te ne accorgi subito quando sei tu a dirigere.”

Clara Melchiorre è una giovane talentuosa fotografa.

Nei suoi scatti mette in relazione la figura umana con lo spazio e lo fa con eterea delicatezza, restituendo delle immagini esteticamente equilibrate e uniche.

La sua sensibilità l’ha portata ad essere recentemente selezionata da Vogue Italia e Audi per i quali ha creato un servizio inedito, “TOMORROW’S WOMEN TODAY”, per l’edizione del Photo Vogue Festival di quest’anno. Le sue fotografie sono state esposte presso i Giardini di Porta Venezia a Milano.

Seguendola da tanto tempo e affascinata dalle immagini che crea, ho deciso di intervistare Clara per scoprire meglio ciò che si nasconde dietro le sue fotografie.

Ciao Clara, è un piacere intervistarti. Nelle tue foto c’è tanta geometria. Guardando i tuoi scatti è evidente un forte legame tra la figura umana e lo spazio nella quale essa è collocata. Se posso, oserei dire che a volte sembra come se l’immagine finale sia il risultato di un unione di due foto distinte, un ritratto e un luogo, che trovano un equilibrio ancor più perfetto nella loro unione. Quanto è importante per te questa relazione nei tuoi scatti?

Ciao Bianca! Direi che ne è la chiave di lettura e in quanto tale, di primaria importanza. Quando faccio ricerca parto sempre dalle caratteristiche del contesto per giustificare tutte le scelte stilistiche che andranno a comporre l’immagine. Che sia un paesaggio, un edificio o un dipinto cerco sempre di studiarne a fondo i dettagli per poi tradurli in foto e questo fa sì, presumo, che alla fine si crei il giusto equilibrio tra soggetto e “sfondo”. 

I tuoi lavori sono prevalentemente di moda e la figura umana è il fulcro dei tuoi scatti. Hai mai immaginato un giorno di lavorare senza corpi? Ad esempio dedicandoti completamente alla sola fotografia di architettura, o a un qualsiasi altro genere che non implichi la presenza umana?

Mi piacerebbe che ai miei lavori non venisse accostata alcuna categoria specifica, faccio fatica anche io a sceglierne una che rappresenti me in questo momento di costante evoluzione. Non ho mai pensato di lavorare senza figura umana e forse questa è l’unica vera costante, ma sto pensando di lavorare senza abiti per esempio. Credo sia importante cercare di non chiudersi in percorsi predefiniti ma lasciarsi aperte tutte le porte della sperimentazione. 

Le immagini che crei sono al tempo stesso razionali e sensibili. C’è una componente emotiva che va a completare la perfezione razionale dei tuoi scatti?

Quando penso ad un nuovo progetto sono quasi sempre spinta da un evento che mi ha coinvolta in qualche modo. Uno degli ultimi ad esempio, Faraway, so close, è il frutto dell’esperienza del lockdown. La voglia di stare assieme quando ce ne è stata data nuovamente la possibilità̀, preceduta da due mesi di isolamento, mi ha fatto pensare ad un immagine molto semplice: due volumi separati che pian piano si fondono in un volume unico e così ho sviluppato tutto il servizio.

Qual è la parte più difficile nell’organizzazione di un tuo set? C’è una cosa che non deve mai mancare?

Il rispetto tra e per il team di lavoro. Uso sempre la metafora dell’orchestra: se c’è uno strumento che non va a tempo te ne accorgi subito quando sei tu a dirigere. Penso sia fondamentale mettere se stessi e il proprio team nelle condizioni di lavorare al meglio cercando di ascoltare le esigenze di tutti e facendo fronte con prontezza a quelli che possono essere gli imprevisti di produzione.

Facendo un salto indietro, ti faccio una domanda di rito. Come ti sei approcciata al mondo della fotografia? Avresti mai immaginato di arrivare dove sei ora?

C’erano giorni in cui pensavo che non ce l’avrei mai fatta e giorni in cui invece pensavo di arrivare molto più̀ lontano di dove sono ora, ad ogni modo cerco di godermi il viaggio. Alla fotografia mi ci sono avvicinata banalmente perché́ mi è stata regalata una macchina fotografica e la cosa non mi dispiacque affatto, ho iniziato a sperimentare con quello che avevo attorno e visti i buoni riscontri mi è stata offerta la possibilità̀ di trasformarla in una professione.

Riguardando i tuoi primi lavori, cosa è cambiato da quando hai iniziato a fotografare ad oggi, nel tuo modo di approcciarti ma soprattutto nel tuo sguardo?

Il tempo di riflessione. Passo molto tempo a pensare prima di prendere in mano la macchina fotografica e scattare. E’ una cosa che non facevo quando ho iniziato questo percorso, andavo d’istinto. Poi però mi sono resa conto che andare d’istinto va bene fino ad un certo punto, servono basi solide e quindi mi sono fermata per costruirle. Credo la differenza rispetto a dieci anni fa sia proprio la presenza di quelle fondamenta.

Una parola con la quale definiresti la tua fotografia.

Ne riparliamo tra dieci anni.

Hai studiato fotografia allo IED, quanto è stata per te importante questa scelta di studi?

Parlavo di fondamenta prima, lo IED ci ha dato gli strumenti per costruirle. Ho capito l’importanza di molte delle lezioni teoriche che ho frequentato quando mi sono ritrovata a doverne preparare a mia volta e ho rimesso mano agli appunti. E’ stato interessante cominciare a cogliere le relazioni dirette con materie che in passato a stento riuscivo a connettere alla fotografia. In un mondo ideale quelle lezioni bisognerebbe frequentarle nuovamente.

Puke nasce come piattaforma dove poter esprimere liberamente il proprio punto di vista, la propria opinione, la propria arte. C’è qualcosa nel tuo lavoro che in qualche modo ti limita o riesci sempre a conciliare la tua idea con ciò che ti viene richiesto?

Nella mia personale esperienza quando c’è una committenza ci sono sempre limitazioni. La bravura sta nel trovare il compromesso tra ciò che il cliente desidera e ciò che abbiamo in mente senza alterare o snaturare la nostra visione.

Foto di Clara Melchiorre, webInstagram

Intervista di Bianca Montefinese