Ethan

Di Giovanna D’Apuzzo

3 gennaio 2021

“Quando dico risultato intendo che sto facendo qualcosa che per me ha un fine. Mi interessa sapere che sto lavorando a qualcosa di concreto e che mi fa stare bene. Sento che concretamente sta valendo ciò che sto facendo. Mi sveglio la mattina e ha un senso andare in studio e lavorare perché quello che sto facendo mi piace”

Ethan è un cantautore e modello italo brasiliano nato a Firenze nel 1998.

Nel 2019 ha pubblicato il suo primo EP Flawed Guy e nel 2020 è uscito il suo ultimo brano Grace.

Ethan è un artista che ha a cuore il concetto di parità di sessi, di fluidità di genere e cerca – con la sua arte – di abbattere la toxic masculinity. Gli piace curare la propria identità estetica, è devoto alla libertà di rappresentazione della sua persona e non teme la contaminazione tra tendenze, di genere musicali e moda. Ethan è nel pieno della sua metamorfosi come persona e artista. Un artista che non rinnega le esperienze negative del mestiere e consapevole del percorso continuo che giorno dopo giorno lo indirizza nella piena comprensione della sua identità artistica.

– Ciao Ethan sono contenta di poterti intervistare. Mi piacerebbe partire dalle origini: sei italo brasiliano e sei nato in Italia.

Sì sono nato a Firenze. Sono italo brasiliano, mio padre è brasiliano e mia madre è italiana. Dal Brasile ho preso tanto, più che a livello musicale a livello umano. Ci sono altri valori; in Brasile provo meno la smania di voler apparire, non avverto competizione.

– Il tuo progetto mi sembra curato a 360°, noto grande attenzione su diversi aspetti: musicale, estetico…

Grazie, ci tengo che sia così. Vengo da esperienze negative degli anni precedenti: ho sempre cantato, da quando avevo nove/dieci anni. Ho fatto concorsi dove portavo cover e cose che non mi rappresentavano. Scrivevo ma non avevo mai il coraggio di esprimere quello che vivevo. Ho fatto il festival di Castrocaro – che ho vinto a 18 anni – ed è stato l’inizio della fine: la fine di Ethan con i riccioli – tornando indietro forse non farei tutte le cazzate che ho fatto ai miei capelli – però era come se fosse finita una parte di me. È sempre dentro di me ma adesso non sento come la principale, e mi ha portato ad essere quello che sono oggi. 

Finito il festival ho firmato con un’etichetta emergente, ero solo e meno consapevole in mezzo a questo mare di persone. Nel frattempo vedevo nella realtà fiorentina una serie di persone che suonavano, che crescevano e io andavo a registrare verso Siena con produttori più grandi di me. Ho iniziato adesso a conoscere chi fa musica a Firenze, ero distaccato da questa realtà. Ho studiato musica a Roma. E sono stati due anni intensi perché ero fermo con il contratto, non mi sentivo stimolato – sono gemelli ascendente bilancia quindi ho bisogno costantemente di essere attivo – e lì ero fermo. Poi sono scappato e ho iniziato a studiare a Lucca, ho studiato jazz. Poi ho conosciuto la realtà di Supernova e i produttori che mi hanno aiutato a fare il disco, a concretizzare quello che avevo in testa. Sapevo quale fosse la mia direzione ma non avevo mai avuto nessuno che mi aiutasse a concretizzare.

– Mi interessa molto il concetto di identità artistica: quando ti sei reso conto chi eri come artista e cosa volevi cantare? C’è stato un momento di consapevolezza pura?

Forse il passo principale è essere sinceri con se stessi e per molto tempo non l’ho fatto perché quando ti appoggi agli altri gli altri cercano di plasmarti, nonostante tu senta di appartenere a un altro mondo e di voler esprimerti in un altro modo. Fin da piccolino ho ascoltato la musica black, quando ho iniziato a studiare canto il mio approccio si rifaceva a quel mondo, per cui non c’è stato un vero e proprio momento in cui – a livello musicale – ho deciso di fare questo. 

Dal punto di vista comunicativo e di espressione ancora oggi ci sto lavorando tantissimo. Sono ricettivo con il mondo esterno e quando hai tante cose ti perdi perché hai sempre paura di non sapere cosa sei e non sai a cosa rifarti per rappresentarti. Sentirsi rappresentato in una società come quella di oggi – liquida e movimentata – è il problema principale per i giovani. Per diverso tempo penso di esserne stato vittima perché ho avuto il bisogno di incasellarmi in qualcosa per sentirmi parte di un gruppo. Poi ho smesso. II mio canale comunicativo sarà sempre diverso rispetto a un’altra persona, come il percorso. Paragonarsi agli altri distrugge dal punto di vista fisico, artistico, umano. Questo mi ha fatto staccare dalla visione che gli altri avevano di me e mi ha fatto avvicinare a ciò che sentivo di essere e che volevo rappresentare.

– Si sta sdoganando l’idea dell’artista appartenente a un solo genere musicale e secondo me rappresenti molti concetti importanti nel mondo artistico di oggi, come appunto la fluidità dei generi musicali. Oggi fortunatamente si parla molto del concetto di fluidità in generale.

Si, anche a livello sessuale.

– Esatto. Credo che il tuo progetto rappresenti ciò che molte persone speravano uscisse da una realtà come Firenze.

È rimasta un po’ al Rinascimento, è un paradosso. Sono felice di essere rappresentato da altre persone, nonostante sia una minoranza. Dopo tanto tempo di poca rappresentazione e rappresentanza finalmente del 2020 senti parlare di fluidità di genere a livello artistico, a livello sessuale, ed è ciò su cui mi baso. È un aspetto della mia vita molto importante e fino ad ora sentivo di avere qualcosa rispetto ad altre persone, ma non sapevo dargli un nome. Sono contento che stia iniziando adesso il mio percorso con me stesso e che di conseguenza si rifletta a livello artistico.

– Una domanda un po’ più tecnica: quando ho ascoltato Grace ho trovato la tua voce più consapevole, mentre ho letto Flawed Guy come una transizione. In Grace le sonorità sono anche più elettroniche.

È vero. Hai toccato un termine rappresentativo in questo momento della mia vita: transizione inteso come metamorfosi. Sto cambiando, sto andando in una dimensione diversa. Lavorando insieme ad altre persone loro riescono a tirare fuori aspetti vocali e sfumature della mia persona a livello artistico che non conoscevo. La scelta di scendere di un’ottava durante il pezzo non è stata un’idea mia ma del mio del mio producer. 

Flawed Guy aveva delle accezioni che ricordavano l’elettronica, però questo è proprio un pezzo che si può definire elettronico. Le cose che usciranno più avanti saranno ancora diverse. 

– Sempre riguardo a Grace non c’è solo un salto musicale; nella copertina ho trovato anche fotografia ed estetica grafica nuove.

L’aspetto estetico è sempre stata una prerogativa forte nella mia vita. Dietro l’estetica c’è un’idea e la tua persona. Spesso mi chiedono come mai ai live io presti così attenzione all’aspetto, dietro al modo in cui mi vesto, a un trucco, c’è un concetto. Volevo che la copertina rappresentasse un momento che stavo vivendo: il concetto della lotta contro la toxic masculinity. Volevo che fosse sdoganato questo concetto di essere maschio. Da piccolo ho sofferto di bullismo perché non mi sentivo rappresentato dai maschi, ho sempre giocato con le femmine, sono cresciuto con mia madre e mia nonna e venero la figura femminile in generale. Ne ho sofferto, perché quando ti rifai al mondo esterno lo vedi che sei un po’ diverso rispetto agli altri ragazzini, ma poi fai un percorso interno e ti accorgi che è un punto a tuo vantaggio ed è ciò che a livello artistico mi lascia più libero. Mi sento rappresentato in questo momento, è come se finalmente avessi trovato quello che sono. Poi non so, magari un domani faccio una copertina dove gioco a boxe. Però senza dover esaltare questo senso di essere maschio. 

Cosa vuol dire essere maschio ormai? Posso sentirmi maschio con un paio di guanti di velluto e trucco. 

Se un giorno mi sento più maschio farò il maschio, se mi sento più femmina cercherò di esprimere la mia parte femminile. Volevo che la copertina fosse d’impatto. Era la cosa più gloomy e delicata che avessi fatto. Grace è eleganza: volevo che questo senso di delicatezza e tenerezza fosse rappresentato tramite un uomo. Questi termini sono sempre associati alle donne, ma per quale motivo? Vorrei cercare di sdoganare questo concetto nel mio piccolo con la mia arte. Vedo cambiamento, più attivismo e meno vergogna. Finalmente le persone hanno meno paura di esprimersi.

– Sei anche un modello e volevo chiederti se quando lavori a livello di immagine il progetto di Ethan passa in secondo piano o se è una continuazione e quindi un modo per influenzare e nutrire il tuo progetto?

È una continuazione. Scatto in contesti artistici molto stimolanti. La mia immagine va di pari passo a ciò che propongo artisticamente, sono cose che si contaminano a vicenda.

– Quando scrivi un brano sei già proiettato nella parte visuale? Sai come vorresti esplicitare a livello di immagine il messaggio che stai scrivendo attraverso un video o una copertina di un album? È importante questo aspetto?

Assolutamente sì, quando scrivo c’è già un’idea dietro, a partire dalla scelta dei colori fino a come vorrei che le persone fossero vestite in un video. Nei miei prossimi lavori mi piacerebbe poter coinvolgere la comunità nera, tantissime donne, la comunità LGBT.

– Penso che molti della nostra generazione abbiano cercato di evadere da ciò che il panorama contemporaneo musicale italiano proponeva, spesso non andava a ricoprire tutti i generi che avevamo scoperto altrove, ma negli ultimi anni ci sono state molte proposte interessanti.

Sì, ci sono tantissimi artisti che stanno uscendo adesso a cui sono appassionato: la prima volta che ascoltai Venerus me ne innamorai completamente; Marianne Mirage; Plastica. 

A livello artistico Joan Thiele, Ghemon, Voodoo Kid, Splendore, Giorgio Poi.

– Questi ultimi mesi ti hanno bloccato a livello mentale e produttivo o è successo il contrario?

Mi hanno bloccato. Ho bisogno di stare fuori perché vedo persone, faccio cose e penso che tanto dell’identità si crei così. A livello mentale non sono riuscito ad essere produttivo. A livello espressivo la quarantena mi è servita perché ho avuto molto tempo per fare ricerca e per chiedere a me stesso cosa volessi rappresentare, era già dentro di me ma magari ci avrei messo di più per esternarlo.

– Tu scrivi e canti in inglese.

Sì. Ho sempre scritto anche in italiano; l’inglese è più musicale, arriva prima il suono e in secondo piano l’aspetto testuale. Ciò che uscirà più avanti sarà il primo vero lavoro in italiano in cui mi sento rappresentato.