Alessandro Redaelli

Di Greta Pallotti

22 febbraio 2021

Con la partecipazione di Noemi, ho intervistato Alessandro Redaelli, un’ottima
promessa del cinema italiano.
Alessandro, sempre attento a ciò che lo circonda, si pone domande e riflessioni sul “perché” delle cose, senza prendere sempre tutto per vero, ma mettendolo in discussione.

Classe 91’, vive a Bresso, ha studiato alla Scuola “Luchino Visconti” e sin da subito
si è dedicato a portare avanti con molta passione i suoi progetti:

i documentari d’osservazione “Funeralopolis” , “Game of the Year” e “TESTA\CROCE” per il Corriere della Sera.

G: Alessandro, tu ti classifichi come un regista di documentari d’osservazione, no?

A: Si, per quello che ho fatto sì, in realtà non era quello che volevo fare.

Il documentario d’osservazione, l’ho fatto più per necessità che per vocazione, diciamo. Però sì, attualmente faccio quella roba lì. Tutto è iniziato con “Funeralopolis”, proprio perché era l’unica cosa che potevo fare a 23 anni, al tempo

me lo sono girato da solo ed era l’unica cosa che potevo fare senza un budget serio.

In realtà il documentario d’osservazione, è una forma altissima di cinema che ti
permette di fare tantissime cose, la roba più bella del documentario in generale, è

proprio questa libertà assoluta che hai soprattutto nella forma, nel raccontare qualcosa, non hai nessun paletto. Per esempio, “Funeralopolis” è fatto in quel modo lì, “Game of The Year” è fatto nel modo diametralmente opposto, come messa in scena, il primo è tutto camera a mano, il secondo è tutto a cavalletto e son tutte inquadrature fisse per dare un “feel” da cinema classico anni 40’.

N: Se l’obiettivo non era quello di far documentari d’osservazione, qual era quello finale? Cioè cosa avresti voluto fare?

A: Con “Funeralopolis” voler far quello, in realtà nella vita voglio fare i film di finzione. Sono cresciuto con i film di fiction e con i documentari, questi ultimi li amo ma non li sento proprio miei.

Infatti chi ha visto “Funeralopolis” ed il nuovo film mi dice che non sembrano documentari, proprio perché non ho interiorizzato il genere.

G: Una domanda veloce, perché hai scelto proprio “Funeralopolis” come nome del documentario?

A: C’è un pezzo di Vash (ndr) che si chiama “Funeralopolis” e mi sembrava si prestasse molto bene perché aveva dentro un po’ di tutto, sia il tema della canzone, che parla di periferia e disagio che si trova all’interno di certe città, e poi anche il beat del film che è preso da un pezzo “black metal”, di cui entrambi sono grandi fan e mi
piaceva ‘sta cosa di unire un riferimento al “Black Metal” , che è una roba che loro chiaramente sentono molto vicina, anche come immaginario. Poi scegliere i titoli, è
una cosa veramente complessa.

N: Io ho trovato un’analogia fra “Funeralopolis” e “Game of the Year”.

Nel primo si parla di dipendenza da droga, nel secondo di videogiochi, ma i “gamers” sono lo stesso dipendenti da quello che fanno?

A: In realtà no, son dipendenti come tanti altri che leggono un libro al giorno.
Tutti siamo dipendenti dalle cose che ci piacciono!
La dipendenza vera inizia quando quella roba ti fa anche del male, secondo me.

G: Da non esperta del settore, quale videogioco ci consiglieresti?

A: A chi non ha mai esplorato il videogioco io consiglio “Detroit”, che è una grande allegoria del razzismo nel mondo contemporaneo. Parla di androidi e di come non vengono accettati in un’eventuale società, in cui esso è un essere pensante.

Tra l’altro nel videogioco c’è ancora una cosa bella che nel cinema non esiste, ovvero che ci sono i giochi ad alto budget e coincidono con i videogiochi importanti che hanno qualcosa da dire; mentre nel cinema non è così, se ci pensate i film da 200 milioni sono sterili, basta pensare ai “cinecomics”.

Spero quindi che il mio film faccia appassionare qualcuno a questo mondo del videogioco.

G: Ho una curiosità, ed è anche una domanda un pò introspettiva sulla tua personalità.

Il tuo pensiero concreto e quest’identità definita che hai, da che background provengono?

A: Cerco di documentarmi su tutto quello che vedo e più che altro di interrogarmi sulle cose, che è una cosa che ho sempre fatto e credo sia fondamentale. A me disturba sempre quando le persone non lo fanno, cioè quando credono a tutto senza farsi domande.

G: Comunque ho visto che il tuo film preferito è “8 1/2” di Fellini, se non erro con le informazioni.

A: Sì, il mio preferito, è incredibile e non so neanche come parlarne, nel senso che l’ho visto la prima volta quando avevo 15 anni e forse è il film che mi ha spiegato cos’è il cinema.

G: E se dovessi consigliarci 3 registi e 3 cantanti, così random, per avere più info, chi sarebbero?

A: Registi: “Fellini”, “Scorsese” e forse “Harmony Korine” è quello che più di tutti mi ha formato nel modo di far cinema adesso.

Son nomi scontati, però son quelli che poi ti formano, quelli che vedi sin da ragazzino e che ti fanno capire delle cose.

3 musicisti, non lo so, ultimamente ascolto un pò di tutto, metto la discovery weekly di Spotify, aggiungo le cose e cerco di allontanarmi il più possibile da quello che mi piace, proprio per cercare di ampliare la mente e conoscere altro. Sulla classifica di
spotify, comunque i più ascoltati erano gli “FSK”, i “100’ gecs” e forse i “Fugazi”.

G: Hai qualche consiglio per farmi apprezzare di più i film di Scorsese? Sono un pò lontani dal mio genere.

A: Essendo un regista gigantesco ha fatto anche molti film su commissione, che ci sta, perché succede a tutti i grandi registi.
I suoi film più personali, secondo me sono incredibili, cito “Good Fellas” che per me è il migliore di tutti; riesce a raccontare un sacco di cose e soprattutto riesce ad
essere “pop”, che per me è un grande pregio per un film.
Cioè, se riesci ad arrivare a tutti facendo una roba di altissimo livello, hai vinto.
Se invece arrivi solo a pochi ed il tuo obiettivo è quello, servi fino ad un certo punto, perché poi ti confronti con la gente che la pensa esattamente come te; se invece fai passare delle robe all’interno di un’infrastruttura più “pop”, a quel punto stai facendo una cosa giusta.

G: Spero comunque che fra 10 anni, rimanendo su quest’onda qua, diventerai davvero un regista degno di tantissimi riconoscimenti.

Me lo auguro con tutto il cuore.

A: Lo spero anche io. Anche questo film nuovo, che è stato chiaramente fermato dal covid, sarebbe dovuto uscire alla fine dell’anno scorso ma non si sa come andrà a finire, probabilmente uscirà su una piattaforma di streaming, però mi auguro che
insomma vada bene.
Fra l’altro, ho girato un piccolo documentario d’osservazione per il “Corriere della Sera”, che ha fatto una serie di quattro documentari raccontando le seconde giovani generazioni degli immigrati in Italia ed un episodio l’ho girato io.

G/N: Grazie Alessandro, è stato un piacere confrontarsi con te e scoprire cosa c’è dietro ad una mente notevole!

Alessandro Redaelli su IG 

Testo di Greta Pallotti

Foto di Stefano Mendeni