SuXmario

Di Filippo Pasqui

14 marzo 2021

“Certi amori non finiscono / fanno giri immensi e poi ritornano” diceva Antonello Venditti in Amici Mai, uno dei suoi pezzi più conosciuti. Ecco, non è il caso di Lorenzo Vizzini.

Nato come imitatore prodigio, la carriera di Lorenzo è iniziata a soli quattro anni comparendo su Rete Quattro facendo ridere orde di vecchi. Una carriera che lo ha portato in tournee addirittura con Michael Jackson, Pavarotti e pure i Beatles (o almeno, quelli rimasti vivi nel 1998). In overdose da zuccheri a soli sei anni perché il peso del successo era diventato troppo pesante, è dovuto andare in rehab e ne è uscito un uomo alto e vaccinato al covid, quando ancora il covid non esisteva.

Bando alle ciance, ammetto che nell’ultimo paragrafo ho avuto un momento alla Sgargabonzi di Una Pezza di Lundini e purtroppo solo il 20% di quello che ho scritto è veritiero. Non dirò quale parte, sarà compito del lettore scoprirne gli intrighi e i sotterfugi sotto questa persona emblematica. Sta di fatto che adesso, Lorenzo, fa tutt’altro: il musicista, ed è anche bravo.

Venerdì 25 febbraio è uscito il suo terzo album SuXmario per Uma Records, prodotto da Iacopo Pinna e Lorenzo Sarti. Lorenzo Vizzini su Facebook ha detto che è uscito il giorno prima del suo compleanno e sembrava giusto aggiungere questo dettaglio fondamentale su questo articolo. Nel caso, tanti auguri Lorenzo!

 

Composto da dieci brani, tutti scritti nel 2016 e ritirati fuori in occasione del periodo frizzantino che stiamo vivendo DA ORMAI UN ANNO (giusto perché se ne parla poco), SuXmario è un disco che sta bene su tutto, un po’ come il parmigiano. Ma come, il parmigiano sul pesce? Sì, è ottimo e critiche al riguardo sono inaccettabili.

Foto di Julieta Vivas

SuXmario parte con Niente. Esatto, proprio Niente. Fine recensione, arrivederci.

No dai, scherzone, intendevo + Niente, il titolo del primo brano. Un tripudio di flashback da tipico millennial che cita tutta una serie di ricordi di un’infanzia/adolescenza che sfuma piano piano. Un inno alla decadenza, accompagnato dalle classiche tastierine it-pop che rendono il brano ballabile e godibile.

Poi parte Karma, così, de botto. L’unica traccia dell’album scritta di recente, precisamente durante il primo lockdown. Una serenata spensierata con ADDIRITTURA IL SAX CHE SPUNTA A CASISSIMO!!! IL SAX, RAGA. È la cosa più incredibile che un artista possa mettere in un brano, e già questo è un enorme punto di forza.

Mica Male, terza traccia, è un’altra serenata che fa ricordare quanto era bello vivere e innamorarsi prima del covid. Qua si percepiscono dei suoni molto tendenti ai The Giornalisti quando Paradiso sapeva ancora tenere a bada il suo ego, ma spuntano anche delle citazioni interessanti come “E la notte / gli Ex Hex a palla su YouTube” che fanno pensare che i gusti musicali di Lorenzo siano particolari, da tenere d’occhio. Mica male. Spoiler: il brano finisce malissimo.

Poi arriva Milano, che parla di – non ci arriverete mai – Milano, esatto. Ma come avete fatto? Assurdo. Ok, la cosa interessante di questa canzone è che è praticamente l’opposto di Mica Male: se nella terza traccia la città viene raffigurata come un posto paradisiaco dove innamorarsi e zuzzurellare felici totalmente rincoglioniti dall’amore, in questo quarto brano invece c’è una consapevolezza più profonda delineata dalla solitudine che in molti può far emergere. Questa è una tipica canzone da cantare al concerto ciondolando l’accendino in mano.

Poi parte la mistica Zenman, una traccia incazzata. Qui il glucosio e la depressione delle precedenti canzoni si sono completamente esauriti e si avverte proprio un’aria di rivincita. Insomma, piano piano è come se si stesse delineando una storia che segue un suo percorso brano dopo brano, e questo dà molto valore al lavoro di Lorenzo Vizzini.

Sabato è forse la traccia che convince di più. Non dico che se fosse in gara a Sanremo potrebbe vincere, però lo dico. È la canzone che riassume tutti i mood descritti precedentemente: amore, depressione, odio, senso di rivincita, TUTTO INSIEME. Il tutto coronato da dei coretti nel ritornello che rimandano al brit pop. Perfetto. Incredibile. Tutto combacia. È da qui che forse l’album inizia ad entrare dentro l’anima dell’ascoltatore.

Settimo brano: Le Falene. Qui si ritorna al mood delle prime tracce e ci sta. Un giusto intermezzo. Stessa cosa per quanto riguarda quello che viene dopo, Inverno. Molto suggestive le immagini che regala tra ambientazioni riprese palesemente da Futurama e “piccioni giganti che lanciano popcorn”. Forse il brano più nonsense, ma ha un senso in questo contesto.

Stiamo agli sgoccioli. 27 è il penultimo brano e parte subito con degli accordi di piano contornati da fatati suoni che ricordano l’intro di We Are The World. Bellissima la composizione crescente degli strumenti che esplodono nel ritornello. Si nota tutto lo studio musicale che c’è sotto ed è da fare una nota di merito al riguardo. Anche il testo è molto sentito, entra dentro fino alle ossa.

L’album si conclude con La Sera di Natale. Ritorna il tema del flashback e della consapevolezza di essere diventati adulti ormai. Un finale perfetto per un album che alla fine si rivela essere un racconto di formazione.

 

Foto di Simone Pizzolati

Le vibes del disco si sentono che provengono dal 2016: i brani abbondano di tastierine che ricordano Lo Stato Sociale ai tempi d’oro (quando ancora facevano i cassieri da IKEA ed erano molto più incazzati e spensierati), quindi si parla di it-pop nudo e crudo. Non è da farne una colpa, anzi, è lodevole riprendere una scia che alla fine in Italia non è mai tramontata e risulta interessante come Lorenzo abbia voluto dare il suo contributo per aggiornarla. E il fatto che lui l’abbia aggiornata con un racconto con un senso, rende il tutto molto suggestivo ponendo all’ascoltatore la consapevolezza di un destino condiviso da accettare. Un’opera tragica, ma contornata da vibe pimpanti.

Foto di Simone Pizzolati

Lorenzo Vizzini su IG

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Testo di Filippo Pasqui 

Press Astarte Agency