KUBLAI

Di Filippo Pasqui

27 marzo 2021

Kublai, Milano come Xanadu

La storia insegna che dai grandi condottieri difficilmente nascono eredi che eguaglino o superino le loro gesta, sono rarissimi. Lo stesso veniva pensato per Kublai Khan, nipote di Gengis Khan, ovvero di colui che ha eretto dal nulla il più vasto impero terrestre della storia umana: quello Mongolo. A differenza dell’impero del nonno, che fu sì enorme ma dalla durata molto breve, quello di Kublai pose le basi per una potenza mondiale che tuttora ritroviamo sulla bocca di tutti: quella Cinese.

Marco Polo fu uno dei suoi più grandi intellettuali e stratega di coorte e, se non fosse per il suo Milione, poco sapremmo di questo personaggio enigmatico, colto e raffinato.

Un personaggio che risplende di una nuova luce grazie ad un altro artista italiano – un musicista questa volta – che ne riprende il nome, Kublai, all’anagrafe Teo Manzo.

Come l’Imperatore Cinese è riuscito ad erigere Xanadu, città di cui ancora si ricorda la maestosità, anche Kublai è riuscito a dar vita ad un qualcosa di maestoso e che ha tutte le caratteristiche per essere ricordato a lungo: stiamo parlando del suo omonimo album, Kublai, uscito lo scorso 4 dicembre e prodotto da Filippo Slaviero.

Nove tracce con testi che irradiano una delicatezza particolare, rara, come le musiche e gli arrangiamenti che si intrecciano con i molteplici riferimenti sonori e letterari.

Quello che emerge da Kublai è un lavoro ragionato, dove si nota tutta l’esperienza pregressa dell’artista: da ricordare il gruppo La Linea Del Pane, band alternative rock in cui ha cantato per quasi tutto il decennio scorso, di cui il nome riecheggia ancora nella scena musicale underground milanese.

Un rapporto con la città di Milano che in questo disco si percepisce in maniera dolce e malinconica, come quello che Kublai Khan provava per la sua Xanadu: un luogo incantato, esotico e mistico fatta erigere esattamente come la voleva lui ed esattamente come Milano viene raffigurata in Kublai, senza però essere mai citata.

È una Milano onirica quella di Kublai: la si percepisce nelle parole di Le Soglie del Dolore, dove le strade e i cortili della città vengono rappresentate scena di una sofferenza raccontata come se fosse una ninna nanna. Totalmente opposta alla #Milanononsiferma, trend tristemente noto in cui proprio in questo periodo ricorre il suo primo anniversario. È come se fosse assopita agli occhi di Kublai, che ispira queste sensazioni che oscillano tra la tenebrosità e la leggerezza kunderiana dell’animo.

Una città che si unisce agli elementi della natura: la luna è un elemento ricorrente e, di conseguenza, il buio (Pellicano, Orfano e Creatore, Nevai).

Si può dire che musicalmente quello di Kublai è un prog fatto bene, dettagliato e originale, ma allo stesso tempo si può ricollegare alla sperimentazione degli album dei Verdena più recenti. Mentre la profondità dei testi ricorda vagamente quella di Andrea Laszlo De Simone e dell’alessandrino Andrea Poggio, seppure i toni più cupi la distinguano nettamente da questi ultimi.

Un album di esordio convincente. Non per tutti, ma questo è un suo punto di forza.

Kublai su IG e su Spotify

Testo di Filippo Pasqui 

Foto di Simone Pezzolati

Ufficio stampa Conza Press