CROCE ATROCE

Di Cassandra Enriquez

23 Aprile 2021

Venerdì 19 marzo 2021 è uscito Alda Merinos, primo album della Croce Atroce, anima del Toilet di Milano e drag fuori dagli schemi. Un disco decisamente atipico che si impone di non rispettare nessun dettame o logica di mercato: un album lunghissimo, più di venti tracce, nessun singolo ad anticipare il progetto, senza regole; prendere o lasciare. Alda Merinos è un album che ci introduce quindi in un nuovo straniante mondo, incredibilmente sfacciato, un “audiolibro di filastrocche elettroniche”, un frizzante sottosopra la cui mission principale è quella di restituire una rappresentazione sincera e onesta di tutte le sfumature della bandiera rainbow.

Alda Merinos è anche un omaggio alla poetessa Alda Merini dove le parole, da ascoltare, interpretare e discutere (create da Simone Facchinetti / Croce Atroce), sono fondamentali quanto le note (create invece Enrico Bernes / Erik Deep e Stefano Selmo / LoZelmo). Scopo del gioco è quello di dire cose che non trovano spazio negli spartiti della musica contemporanea del nostro paese.

  • Come mai senti che manca una scena musicale queer?

 

Perché non se ne parla abbastanza, o meglio, non fa “coming out”. Esiste, credo non sia fiorente, ma esiste. Quello che intendo è che fatica ad emergere nel mainstream. Essere Pop, popolari, conosciuti dai più, entrare nel business, non è sempre un male, anzi. Se vogliamo imporci come scena dobbiamo avere il coraggio di esporci e dire come la pensiamo e chi siamo. Se ce la cantiamo e suoniamo da soli, nei nostri circuiti, tra le nostre persone, va benissimo, ma non estenderemo mai il nostro credo, non avremo mai l’occasione per spiegarci, far conoscere la nostra realtà e cultura, far capire che esiste anche il nostro mondo. Gli artisti, quando diventano main o vogliono diventarlo, iniziano tergiversare quando viene chiesto loro qualsiasi cosa circa il loro rapporto con la comunità arcobaleno, fanno fatica ad esporsi in questo senso e inoltre fanno dei feat con altri artisti per nulla alleati. Siamo nel 2021, bisogna essere chiari su chi siamo, da dove veniamo e cosa vogliamo dire. Bisogna avere il coraggio di prendere posizioni ferme.

  • Ci sono altre mancanze di rappresentanza in altri campi artistici? 

 

Certo, o meglio, sono impari e spesso errate. Ovunque è rappresentato chiunque, ma non tutti lo sono nella stessa quantità e qualità. Il mondo bianco, maschile, etero e cisgender sicuramente ne fa da padrone, da lì in poi c’è lo sfacelo. Ah sì, poi è sempre tutto binario, tutto lo si riconduce sempre a due poli. Non esistono sfumature di sorta, praticamente mai. Il corpo è sempre sano e perfetto, l’estetica è sempre beauty e superglow, i vestiti sempre ben stirati e quando si prega è sempre il Cristo in croce. L’abilismo lo si respira a pieni polmoni e nessuno è razzista, mai, però guarda un po’ nessuno ha mai amici neri. Le persone trans? Cosa vuol dire? E se ci sono o solo delinquenti o veri e propri casi umani. E i sieropositivi sono sempre a un passo dalla morte.

 

  • Parlando invece del tuo lavoro al Toilet, com’è cambiato tutto con l’arrivo del Covid? 

 

Con la chiusura di tutti i luoghi di aggregazione, anche la serata del Toilet ha avuto uno stop, praticamente immediato, assieme a tutti gli altri eventi collaterali che organizzavamo. Come tanti, dopo un paio di mesi di presa di coscienza, ci siamo riorganizzati ripiegando sul digitale. Uso “ripiegando” perché sì, è un ripiego. La socialità promossa fino ad allora dal Toilet era “fisica”, basata sulle relazioni personali faccia a faccia, sulla nightlife, sul ballo, solla sbronza felice in compagnia e così via. Il digitale unisce sì le persone, anche geograficamente molto distanti, ma quando solo quando si tiene un telefono in mano. Detto questo, però, abbiamo fatto “cose che voi umani non avreste mai potuto immaginare”. Ogni giovedì sera alle 21 io, Erik e Zelmo conduciamo Vodkaiconic, una trasmissione radiofonica su tutto quello che è iconico per la comunità rainbow, seguita da 2 ore di Toilet DJ set a cura sempre di Erik e Zelmo. Sull’Instagram del Toilet @toiletclubmilano abbiamo fatto Toilet Talks!, una serie di live con interviste ad esponenti e alleati della community LGBTQ+. Ah sì, poi abbiamo fatto anche un disco ahahahahah.

  • Il disco è un omaggio ad Alda Merini? Ci spieghi il titolo?

 

Per quanto Alda sia una figura fondamentale e da ricordare, il disco non nasce come un omaggio a lei. Mi spiego. Il titolo nasce dal fatto che le canzoni nascono da dei testi che, inizialmente, erano strutturati a mo’ di poesie. Chiaramente poesie demenziali, grottesche, degli scherzi verbali, filastrocche non sense. Nel mondo drag, per i nomi d’arte si usa spesso la formula di prendere un nome celebre e storpiarlo, ma non per prenderlo in giro, bensì per celebrarlo. Nel work in progress del disco, Zelmo, uno dei coautori, se n’è uscito con la battuta “perché non lo intitoliamo Alda Merinos?”. Il titolo mi sembrava perfetto. Perché ci riporta a quello che erano i testi delle canzoni nel momento del loro concepimento, perché ci catapulta nel mondo drag e perché certo, ci accosta alla figura di Alda Merinos, un’autrice per cui nutriamo grandissima stima.

  • Ci racconti qualcosa in più del tuo lavoro “ufficiale”?

 

Ma la Croce è il mio lavoro ufficiale! O meglio, uno dei due, perché al mondo d’oggi non sei nessuno se riesci a mantenerti con un solo lavoro! Scherzi a parte, in settimana, di giorno, faccio il grafico. Sedici anni fa io e il mio amico Andrea abbiamo aperto lo studio di comunicazione &1lab di Bergamo. Dopo così tanto tempo abbiamo ancora la fortuna di andare d’amore e d’accordo e di lavorare bene insieme. Poi è arrivato Erik, è arrivato LoZelmo, il Toilet e il resto è (una piccola) storia. Croce a parte, anche al Toilet mi occupo della comunicazione, che non seguo da solo. Ecco a me piace quello, comunicare, con le immagini e le parole. La Croce fino ad oggi ha lavorato parecchio con l’immagine, da ora vuole farlo anche con le parole.

  • Che cos’è una drag ai tempi del Covid?


Fondamentalmente è una persona, un’artista, molto frustrata, senza spazio in cui muoversi e senza pubblico con cui confrontarsi. Credo che la pandemia ci abbia portati davvero a riflettere su quando era bello e su quanto eravamo fortunati a poterci esprimere così liberamente. Oggi una drag si trucca e performa in casa, davanti ad un obiettivo, ma non è la stessa cosa. Esistono le dirette che sicuramente aiutano, ma la figata del brivido di avere tanta gente ammassata davanti a sé da coinvolgere, è ormai un lontano ricordo che spero si ri-avveri quanto prima. Diciamo che siamo animali in gabbia, di cui però qualcuno ha buttato via la chiave.

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Testo di Cassandra Enriquez

Foto di Stefano LoZelmo 

Press Conza