RESIDENZA LA FORNACE

Di Giovanna D’Apuzzo e Martina Albergo

7 maggio 2021

Intervista ad Edoardo Manzoni e Giada Olivotto

Lucas Herzig, Fantasia campestre, Luna Calante, 2020. Fotografia: Mattia Angelini.

All’interno di una cascina segreta nasce un progetto di sperimentazione artistica innovativo e potente, dove un gruppo di artisti ha esposto opere che hanno costituito quattro eventi l’anno unicamente digitali e non accessibili al pubblico: Estate, Autunno, Inverno e Primavera (2018-2019) e Luna Nuova, Luna Crescente, Luna Piena e Luna Calante (2019-2020). 

Residenza La Fornace è stato un progetto artistico di Edoardo Manzoni in collaborazione con Giada Olivotto.

Raziel Perin, Verja, Capitolo 3 (Inverno), 2019. Fotografia: Edoardo Manzoni

  • Quando e perché nasce Residenza La Fornace?

 

EM: Il progetto nasce nel 2018 con la volontà di creare un punto d’incontro per facilitare lo scambio di idee e le collaborazioni con artisti di diverse generazioni all’interno di un contesto nuovo, lontano dalla città, dagli spazi espositivi istituzionali e fuori dalle logiche di mercato.  

GO: Questa idea di convivialità, di fuga temporanea dalla metropoli – e la possibilità di dedicare a tutto questo un luogo specifico – ha dato vita a un progetto capace di farci scoprire dei luoghi e dei contesti espositivi diversi da quelli a cui eravamo abituati. La necessità di questo distacco è data principalmente dalla voglia di scoprire le pratiche delle artiste e degli artisti coinvolti al fuori di un ambito competitivo, cercando quindi di magnetizzare il lavoro di tutti verso la costruzione di un nuovo immaginario espositivo.

 

  • Com’è avvenuta la scelta del luogo?

 

EM: La scelta del luogo è stata semplice, la cascina La Fornace è dove sono cresciuto e dove tuttora abita e lavora la mia famiglia. Si tratta di una fattoria molto antica, in aperta campagna e ormai decadente. L’idea era di lavorare con l’ambivalenza tra la parte ristrutturata dove è attiva una piccola azienda agricola e le aree dismesse. Come artista visivo questo luogo è stato fondamentale per sviluppare e approfondire la mia ricerca ma allo stesso tempo sentivo l’esigenza di collaborare con altri artisti, far dialogare anche loro con questo posto. Per iniziare questa avventura avevo bisogno di confrontarmi con una curatrice e ho subito proposto l’idea a Giada mentre frequentavamo il corso di Studi Curatoriali alla Nuova Accademia di Belle Arti a Milano e con la quale avevo già collaborato in passato.

 

 

Viola Leddi, Io tu ella noi voi esse, Capitolo 4 (Primavera), 2019. Fotografia: Edoardo Manzoni.

  • La descrizione del progetto sul sito riporta: “La documentazione degli interventi artistici viene presentata unicamente online, senza la possibilità da parte del pubblico di visitare l’esposizione fisicamente.” Perché la scelta di mantenere il luogo segreto? 


EM: Abbiamo voluto creare per gli artisti un luogo intimo e isolato per dare importanza ai momenti conviviali: i pranzi e le cene, le passeggiate in campagna alla ricerca del luogo perfetto dove installare il loro lavoro. Non abbiamo mai lasciato le opere in cascina seguendo la logica di una mostra, le opere erano installate per essere solamente documentate. Abbiamo cercato di cogliere nello scatto non solo il lavoro dell’artista ma anche il contesto e le caratteristiche di un determinato momento della giornata: la sua luce, il suo clima. In fondo quello che abbiamo fatto è stato costruire una narrazione per immagini e attraverso i titoli di ogni capitolo, i quali indicavano la stagione dell’anno o la fase lunare durante la quale abbiamo scattato le fotografie. Penso che aprire la cascina al pubblico esaurirebbe istantaneamente la magia di questo racconto. 

GO: La distanza che abbiamo deciso di porre fra noi e il pubblico ci ha dato molte libertà in questi anni. Fra queste, la più importante è stata proprio quella relativa alla narrazione, trasmessa al pubblico attraverso le immagini che abbiamo prodotto e selezionato insieme alle artiste e agli artisti. La narrazione assume un carattere del tutto atemporale grazie al fatto di essere un luogo nel quale non ci si possa recare. La sua presentazione poi esclusivamente nello cyberspazio ci ha potuti allontanare ancor di più dal binomio spazio-tempo. Un binomio che abbiamo cercato di restituire attraverso la nomenclatura dei vari progetti svolti.

Giacomo Forlani, Non ci resta che piangere, Capitolo 1 (Estate), 2018. Fotografia: Paolo Brambilla.

  • Il mistero del luogo inaccessibile e la bellezza delle esposizioni generano una curiosità irresistibile. Avete mai pensato di aprire le porte de La Fornace ai visitatori, anche solo una volta?

 

EM: Abbiamo pensato a tantissime possibilità per lo sviluppo di questo progetto ma alla fine crediamo che proprio questa distanza tra il luogo e il pubblico, e il mistero che questa alimenta sia la parte più preziosa di questo progetto. Lasciare che questo spazio si riveli pezzo per pezzo, area per area, poco alla volta, solo attraverso la documentazione fotografica è per noi molto importante. Dunque non sappiamo se faremo mai eventi aperti al pubblico, ma la cascina esiste ed è sempre aperta, basta trovarla e sarete i benvenuti.



  • Per quanto riguarda gli artisti, come avviene la selezione?

 

EM: Gli artisti sono selezionati per quella che crediamo possa essere un’affinità del loro lavoro con il mood generale del progetto e più nello specifico con il mood di ogni singolo capitolo per il quale sono invitati a intervenire. E’ come se ogni opera avesse un proprio clima, una propria temperatura o una particolare luna sotto la quale essere esposta. Cerchiamo inoltre di creare delle combinazioni inusuali tra artisti di diversa generazione, sia emergenti che professionisti già avviati, ma anche figure che non rientrano propriamente nella categoria di artisti visivi.  Abbiamo lavorato principalmente con italiani e svizzeri, ma con il passare del tempo, grazie alla diffusione delle immagini online, stanno arrivando molte richieste di partecipazione al progetto da varie parti del mondo, siamo molto felici di questo.

 

Rada Koželj, BEAUTY MASK, Luna Piena, 2020. Fotografia: Mattia Angelini.

  • Nella presentazione leggiamo “Oggi che la vita quotidiana non è più regolata dal ritmo della natura, ma da quello delle immagini, il progetto Residenza La Fornace non vuole essere un appello per un ritorno alla vita agreste, ma una riflessione su ciò che ne rimane attraverso il linguaggio contemporaneo.”: potete spiegarci questo concetto?
EM: Siamo consapevoli di non essere l’unico progetto di arte contemporanea off-site, oggi è sempre più frequente trovare progetti in spazi dismessi o sperduti dove la documentazione fotografica non solo è fondamentale per diffondere la mostra a chi non può raggiungere questi luoghi, ma diviene a volte la mostra stessa. E’ come se l’installation view sia ormai un medium di per sé e attraverso questo mezzo abbiamo provato anche noi a raccontare un luogo lontano, sperduto. Ma scandendo il nostro progetto in più capitoli e cercando di seguire il calendario contadino per organizzare i nostri programmi è stato un modo per riflettere su altri modi di pensare il tempo. 

GO: Il nostro progetto non nasce con l’intenzione di riproporre o riappropriarsi di sistemi di vita che non ci appartengono, come quello contadino, ma si tratta piuttosto di fornire al pubblico digitale delle linee guida – come il ritmo delle stagioni o delle lune -che potessero aiutare la nostra meta-narrazione fatta di immagini. 

 

Cosimo Casoni, Notte stellata, Luna Nuova, 2019. Fotografia: Mattia Angelini.

  • Le esposizioni sono tenute all’interno di una cascina e sono scandite dai ritmi della natura, come il susseguirsi delle stagioni o delle fasi lunari. Allo stesso tempo, sono pensate per essere fruite a distanza, attraverso le immagini. Se le foto mediano tra pubblico e oggetto fisico e tra pubblico e natura, l’arte che rapporto ha con la natura e con il pubblico, nel vostro modo di vedere le cose? In altre parole, che ruolo può svolgere l’arte nel rapporto tra uomo e natura?

 

EM: Il rapporto tra arte e natura credo sia ancora in gran parte legato alla separazione tra natura e cultura, non è facile riuscire a disinnescare meccanismi di pensiero così radicati.  Noi stessi ci siamo affidati al linguaggio delle immagini pur consapevoli che la distanza con il pubblico, mediata dalla documentazione, corra il rischio di romanticizzare il contesto rurale. Penso che la sfera relazionale che cerchiamo di conservare nel nostro progetto sia una sfida politica importante che l’arte debba sostenere quando si parla di connessione con la natura. Non più però ponendo l’intervento dell’uomo al centro ma pensarlo come parte di un ecosistema condiviso. L’obiettivo dell’arte penso sia quello di arrivare ad un’estetica inclusiva, uno sguardo decentrato e ricollocato in un universo che includa anche il non-umano. Al posto della relazione tra un soggetto umano e degli oggetti, vediamo crearsi relazioni tra soggetti di natura differente, su un piano di uguaglianza. Di conseguenza l’arte odierna non è più uno spazio nel quale l’artista esprime il contenuto del suo ego, della sua personalità e delle sue visioni ma cerca di entrare in empatia con le cose. 

GO: Ne La Residenza La Fornace la natura è un ambiente che accoglie le produzioni delle artiste e degli artisti coinvolti nelle varie fasi del progetto grazie alla sua specificità, ai suoi colori e alla sua forma in un periodo specifico dell’anno e del giorno, come un grande panorama. Si tratta, in questo caso, di un valore aggiunto all’intera produzione espositiva di Residenza La Fornace. Consideriamo la natura da un lato come ambiente – con il quale operare e che con le sue specificità spinge gli artisti e le artiste a pensare le opere in termini site-specific – e dall’altro la natura come paesaggio, immortalata attraverso lo scatto fotografico, divenendo sia protagonista che comparsa.

Edoardo Caimi, Au revoir, Capitolo 2 (Autunno), 2018. Fotografia: Andrea Bocca.

  • Il dialogo tra artisti diverse e l’evanescenza di un luogo segreto, assieme alla pace di una vita in connessione con la natura, sembrano essere la base del vostro progetto. In che misura il dialogo tra artisti è stato possibile grazie ad un non luogo in cui ritrovarsi, come si è sviluppato?

 

GO: Personalmente non la vedo come una connessione ma piuttosto una fuga temporanea nella natura. Dei brevi periodi nei quali le artiste e gli artisti coinvolti hanno potuto conoscersi attorno ad un tavolo e trascorrere dei momenti insieme. Il dialogo fra di loro nasce infatti nel momento dell’incontro direttamente alla Fornace. Prima del loro arrivo in cascina, il nostro lavoro è stato quello di cercare di organizzare per ciascuno dei partecipanti almeno una visita del luogo prima del periodo di Residenza. Alla Fornace tutte le esposizioni sono state vissute come delle piccole fughe in compagnia.

 

Cleo Fariselli, Corrente, Luna Crescente, 2020. Fotografia: Mattia Angelini.

  • I vostri progetti futuri (anche personali) e la vostra opinione riguardo al futuro delle esposizioni artistiche nel contesto limitante (e drammatico) della pandemia.

 

EM: Parlando dell’importanza dell’aspetto relazionale, paradossalmente il Covid-19 ha portato allo sviluppo di procedure di riduzione della presenza, che hanno colpito fortemente il settore della cultura. Nonostante la drammaticità di questo periodo bisogna considerare un aspetto importante:  per chi ha potuto è stato un momento di riflessione e di sperimentazione di una sensibilità relazionale diversa. Credo che questo non vada dimenticato quando tutto ripartirà. Può davvero essere l’occasione per decostruire il sistema e formare nuovi valori e immaginari. In ogni caso prima ancora della pandemia era già in programma la conclusione del nostro progetto. Ci sembrava sensato mettere un punto su Residenza La Fornace per evitare che diventasse una sorta di format. Sentivamo il bisogno di fermarci un attimo per riflettere su quello che è stato per ripartire in futuro con delle novità. Io continuerò a portare avanti la mia pratica artistica, ho in programma diverse mostre che inaugureranno appena sarà possibile. 

GO: Questo primo esperimento insieme ha avuto un grande successo e sono molto contenta della collaborazione con Edoardo e spero che in futuro potremo continuare a lavorare insieme. La realizzazione di progetti corali e collettivi ha la priorità nel mio percorso personale. Al momento sono in residenza a la Cité International des Arts di Parigi e continuo a lavorare con il mio collettivo Sonnenstube di Lugano alla produzione di mostre, districandomi tra una restrizione e l’altra, e da circa un anno a questa parte ho dato vita insieme a Camilla Paolino a uno spazio espositivo sonoro, ospitato sulla radio indipendente Lumpen Station di Bienne (CH), che abbiamo chiamato Canale Milva. Si tratta di una forma espositiva radiofonica che viene diffusa attraverso podcast e nella quale invitiamo artiste a produrre un’opera sonora. Questo progetto mi ha permesso di continuare a sostenere e esporre il lavoro delle artiste che vi hanno preso parte.

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Intervista di Giovanna D’Apuzzo e Martina Albergo